L’ingiallito manifesto del Comune di Faenza, datato 1893, recita letteralmente:


"Domenica 23 aprile verrà inaugurata la intera

linea della strada ferrata Faenza-Firenze. Faenza e l’ospitale

Romagna stendano domani la mano fraterna alla gentile Firenze

ed alla colta Toscana; e festeggiando liete ed unite il loro atteso

riavvicinamento, mostrino il fermo e saldo volere che dal traforato

Appennino giunga presto a loro colla possente vaporiera un

nuovo soffio di civiltà e di benessere".


L’immagine del progresso, a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo, ha un oggetto che racchiude in sé tutte le caratteristiche potenti del mito: il treno.

La locomotiva ne costituisce l’oggetto feticcio, calamita di fantasie, paure, speranze, illusioni, sogni  di un’epoca di passaggio.

“...la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva 
sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno 
mordesse la rotaia con muscoli d'acciaio, 
con forza cieca di baleno...”

Del treno le “strade ferrate” costituiscono la mitologia, con le loro storie scritte sulla pagina del territorio con i caratteri dei ponti, le gallerie, i viadotti che portavano il linguaggio del cambiamento, vissuto appunto come Progresso, a unificare regioni e popoli, ben prima della televisione e più di Garibaldi.

“…  la locomotiva sembrava fosse un mostro strano 
che l'uomo dominava con il pensiero e con la mano 
ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite 
sembrava avesse dentro un potere tremendo ...”

A dire il vero le distanze fisiche non è che fossero proprio infinite in Italia, ma in una nazione spezzata dall’Appennino la percezione delle distanze tra gli italiani doveva essere enorme. Ci voleva il “potere tremendo” della macchina che “divorava le distanze”  per avvicinare il futuro.    

“...ma intanto corre, corre, corre la locomotiva 
e sibila il vapore, sembra quasi cosa viva ...”

Dopo l’unità, e varie vicissitudini, si giunge nel 1893 all’inaugurazione della ferrovia Faentina, pomposamete chiamata “Il Treno di Dante” perché consentiva di collegare Firenze con Ravenna. Percorrere oggi la Faentina, in treno sulla linea o a piedi intorno alla linea, è una bella esperienza non tanto di salto nel passato, ma di quanto il passato sia ancora utilmente presente tra noi. Le stazioncine semiabbandonate (e qualcuna abbandonata del tutto) sono fotografie del tempo sospeso dell’attesa, nel cuore del cuore dell’Appennino. Qui talvolta, incredibilmente, la ferrovia vince ancora la strada. Per esempio, d’autunno può capitare ancora di veder salire nelle fermate di montagna qualcuno con il sacco delle castagne da portare a valle.

Per chi scrive, figlio di ferroviere, sono tesori di memoria. E per il viaggiatore che oltre che di geografia sia appassionato anche di storia, queste ferrovie riescono ancora a  far intuire la  percezione antica del potere del treno, la macchina

“… che l'uomo dominava con il pensiero e con la mano

e che “sembrava avesse dentro la stessa forza della dinamite...”

Nello stendere queste due righe ci siamo serviti di molte citazioni dalla canzone “la Locomotiva “ di Francesco Guccini. La poesia (la canzone in questo caso) costituisce sempre una sintesi che sorprende.


Buon viaggio!

Pierluigi Cosola


Tra fine settembre e inizio ottobre, Walden Viaggi organizza un trekking di 5 giorni lungo i sentieri che costeggiano questa ferrovia, condotto proprio dall’autore del post: http://ow.ly/p84O30eWNyq


* Il nome dei convogli ferroviari utilizzati attualmente su questa linea